Kikonga

Kikonga è uno dei primi villaggi che si incontrano entrando nella valle: un mucchietto di case di terra e paglia lungo la pista che percorre Bonde Dogo. Intorno, per chilometri, solo il pori: terreno con bassa vegetazione, qualche grande albero, attraversato dai rigagnoli d'acqua che confluiscono nel fiume Yovi. Col suo sobborgo a una mezza dozzina di chilometri, Mbegesela, farà si e no mille-millecinquecento abitanti e, dato che dista una trentina di chilometri da Msange, ben pochi tra loro hanno la possibilità di recarsi al dispensario. Di conseguenza, a partire dal 2005, una volta a settimana, il venerdì, vengono Will e Sylvia a visitare la gente nei locali retrostanti la chiesa, unico edificio in muratura oltre la scuola primaria, costruita dalla Missione e donata poi alle Pubbliche Autorità. Si portano dietro medicine, registri ed acqua pulita, per preparare gli eventuali sciroppi per i watoto ammalati, dato che a Kikonga non c'è ancora l'acquedotto e le mamme dovrebbero usare l'acqua stagnante per diluire la polvere degli antibiotici (ohibò). L'arrivo è festoso, Will e Venanzi (l'autista) ne approfittano per comprare un bel po' di carne bovina a prezzo irrisorio (poco più di mezzo euro al chilo!) visto che nella piazza del paese è appesa una vacca squartata appartenente ad un Masai (si, Masai, non Mang'ati) in vena di affari ... la pelle insanguinata ancora stesa per terra ad asciugare con una mezza dozzina di ragazzini che prepara bastoncini appuntiti per fissarla al suolo. Numerosi cani macilenti e sospettosi si aggirano nei dintorni, pronti ad afferrare i rimasugli di carne che cadono o vengono loro gettati; un po' di gente guarda il macellaio (?) che taglia grossolani pezzi di carne, li pesa e li mette in sacchetti di plastica; mosche e insetti vari garantiscono la colonna sonora dell'evento, attirati dalla pozza di sangue che ha imbevuto la terra sotto i quarti di carne appesa, mentre il chiacchiericcio sommesso e divertito della gente fa da sottofondo alle poche parole dedicate all'acquisto. La presenza di uno mzungu pancione ed un po' goffo, che ormai tutti conoscono come il daktari italiano amico di Will, rende il momento un po' esotico e inconsueto. Finita la trattativa, con l'immancabile corredo di risate, asante ed habari, si va all'ambulatorio di fortuna e si comincia a vedere la processione di varia umanità che arriva coi suoi acciacchi. Poche essenziali parole e gesti semplici di persone che hanno fatto (e faranno) sei – sette chilometri a piedi per ottenere una parvenza di diagnosi (malaria, bronchiti, enteriti e ancora malaria) assieme alle medicine del caso, contate in un bicchierino di plastica e messe in un sacchetto di carta di fortuna.... e il tempo passa così, nel silenzio rotto da qualche voce o risata in lontananza, col vento tiepido che entra da porte e finestre; pochi gesti composti e quasi rituali, parole sommesse e garbate, qualche timido sorriso, qualche mtoto dai grandi occhi spaventati nel vedere, invece della esuberante e piccola Sylvia, un grosso mzungu che parlotta col solito Will ... sembra di non far niente, ma si arriva a sera senza accorgersene. Abbastanza prima del tramonto tutti in macchina, qualche breve battuta e qualche risata con chi torna dai campi; siamo digiuni, perché la processione di gente è stata continua e non c'era tempo per mangiare ... e poi la consueta mama che a volte prepara un po' riso per Will, Sylvia e Venanzi oggi è a Mikumi a trovare una parente malata. In fondo non è successo niente e dovrei essere annoiato e affamato; perché, invece, sono così sereno?

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Note:

1.ng'anga è il nome dato agli stregoni locali

2.mtoto (pl. watoto) vuol dire bambino

3.mzungu (pl. wazungu) siamo noi europei

4.asante vuol dire “grazie”

5.habari vuol dire “come va?”

6.Masai e Mang'ati sono tribù di pastori: pochissimi Masai si spingono così a sud da arrivare a Bonde Dogo, dove invece vive una nutrita comunità di Mang'ati

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