Arriva da Msowelo, villaggio distante una decina di chilometri, trasportata semiaccasciata sul portapacchi della bicicletta che il marito porta a mano. Non è in grado di camminare ed ha il volto sofferente, ma non emette un gemito; in qualche modo la facciamo accomodare sul lettino e scopriamo l'intera coscia sinistra deformata da un flemmone esteso dall'anca al ginocchio, che ha vistosamente lacerato cute e sottocutaneo con abbondante fuoriuscita di materiale purulento, ormai seccatosi. Ha la febbre altissima, trema, è talmente debilitata che parla a fatica; ci dicono che sta male così da quattordici giorni (!!) dopo che si è punta con una spina o qualcosa di simile. Se penso a quanto fa male il cosiddetto giradito, piccola raccolta di pus a lato delle unghie (noi medici lo chiamiamo patereccio... ma chiamalo come vuoi, fa un male boia comunque!), mi riesce difficile capire come abbia fatto a sopportare un'infezione ed un dolore simile per tutto questo tempo. Mi riesce, invece, facile capire come possa essersi verificato il tutto: piccola ferita, assenza di acqua pulita, abitazione di terra, indifferenza nei confronti dei piccoli segni di infezione iniziali più, probabilmente, consulenza di qualche ng'anga locale prima di decidersi ad andare al dispensario voluto dai wazungu. Questa volta è andata bene: trasportata a Mikumi, dove esiste una più vasta gamma di antibiotici disponibili per il cocktail terapeutico e un ambiente chirurgico sufficientemente idoneo, Rehema è guarita ed è stata dimessa dopo una settimana. Resta un po' di disappunto per il ritardo con cui si rivolta a noi e lo stupore per come questa gente riesca a sopportare il dolore... preferisco, invece, evitare paragoni con casa nostra, dove per ogni malessere o presunto tale si ricorre a medici e pillole.
Sito internet realizzato da Grafhismes