Patricia

Patricia ha 15 anni e vive a Msowelo, che è una zona all'estremità nord di Bonde Dogo dove, in case di terra e paglia disseminate in un'ampia area di savana, campano circa duemila contadini, molti dei quali non si sono mai allontanati dalla valle. Anche Patricia è sempre vissuta qui o meglio, per un certo periodo ha frequentato la scuola primaria di Msolwa , percorrendo a piedi tutti i giorni, sia all'andata che al ritorno, i dieci dodici chilometri che la separano da casa. Poi ha smesso perchè si vergognava: restava sempre piccola, mentre la pancia cresceva a dismisura e i compagni la prendevano in giro, mentre nessuno nel villaggio riusciva a capirne il motivo. Certo non poteva essere incinta, in quanto non ancora sviluppata. Anche questa estate, però, nella valle sono arrivati i wazungu col dottore grosso e la notizia si è diffusa rapidamente; molti nel villaggio consigliano il padre di rivolgersi a loro. Così, in un afoso pomeriggio, ci vediamo arrivare padre e figlia con un bel po' di stanchezza nelle gambe, lo stomaco vuoto e qualche speranza nel cuore. Nel corso dei consueti convenevoli approfittiamo per far spazzolare ai due tutto quello che riusciamo a reperire in cucina: padre e figlia apprezzano l'idea ed ingurgitano in ordine sparso una quantità industriale di riso, spaghetti, spezzatino, fagioli, piselli, pollo, eccetera, alla faccia di diete, smagliature e cellulite, che peraltro qui sono concetti poco conosciuti e ancor meno presi in considerazione. Visito Patricia: ha la febbre, riferisce mal di pancia (anche se questo non le ha tolto certo l'appetito); è alta si e no un metro e venti centimetri ed ha una pancia grossa quasi come la mia, che contrasta col visino emaciato e gli occhi sofferenti.

La sorpresa avviene alla palpazione dell'addome: quasi totalmente occupato da una milza enorme, che a sinistra arriva all'inguine (sic!) ed a destra deborda abbondantemente l'ombelico. A occhio e croce dovrebbe essere più grossa di un neonato e potrebbe pesare anche tre chili! Ovviamente non ci capisco niente e tutti insieme decidiamo che va portata a Morogoro, all'Ospedale più importante della regione per accertamenti e diagnosi. Come al solito i costi di trasporto, soggiorno, accertamenti, quasi certo ricovero e probabile splenectomia eccedono le possibilità finanziarie del padre: consueta rapida colletta tra noi e organizziamo il viaggio, che non è una passeggiata, per il giorno dopo. La mattina seguente, prima delle sette, si parte. L'equipaggio che accompagnerà padre e figlia in città è stato studiato scientificamente per garantire il massimo della resa e dell'efficienza ed è costituito da:

1. Elio, che guida la jeep e parla swahili come se fosse nato qui

2. Marina, che conosce abbastanza bene l'inglese e che, come presenza femminile, ha il compito di rassicurare Patricia nel corso del'avventura

3. Ugo, che conosce abbastanza male l'inglese, ancor peggio lo swahili ... ma che si spera abbia sufficienti conoscenze in Medicina per valutare il caso coi colleghi locali.

Il viaggio dura tre ore e mezzo ed è allietato dalle battute dell'inimitabile Elio, dai cinquanta chilometri attraverso il Parco Mikumi e dal cinguettare eccitato di Patricia che, per la prima volta nella sua vita, si trova a fare tante cose nuove: viaggiare in macchina, frequentare i wazungu (brutti ma gentili e poi Marina è anche bella), sgranocchiare biscotti durante il viaggio e, soprattutto, vedere tanti animali così da vicino; ci sono tanti tembo (elefanti), dwiga (giraffe), pundamilia (zebre), nyani (scimmie), eccetera. Arriviamo all'ospedale alle 10 e mezza, ci registriamo, paghiamo i vari tickets, con Elio che si intrufola dappertutto come se fosse a casa sua. La sala d'attesa è affollatissima ed il nostro gruppo suscita la divertita curiosità di tutti, mentre Marina ed io ci stupiamo della compostezza, dell'educazione, della poca rumorosità e dalla serena cordialità di chi aspetta di essere chiamato a visita, confrontandole (nostro malgrado) con l'insofferenza, il nervosismo e la rumorosità tipiche delle attese qui in Italia. Contro ogni previsione, il dottore ci chiama quasi subito, anche se ci eravamo messi in fila con gli altri. Entriamo vergognandoci un po' per questo trattamento che ci sembra privilegiato, ma che nessuno dei locali mostra di considerare tale... bah, cerco di convincermi che anche questo fa parte dell'abitudine tanzana di trattare con gentilezza e garbo gli ospiti (wageni). Il collega locale si mostra affabile e riusciamo a comunicare in inglese anche senza l'aiuto di Marina; alla mia descrizione del caso spara subito la diagnosi di "sindrome ipersplenica tropicale" e disinvoltamente palpa l'addome di Patricia emettendo un fischio di stupore nell'apprezzare una milza così voluminosa e mi confessa che non ne ha mai viste di tali dimensioni, mentre io mi rilasso: avevo il malcelato timore di essere giudicato esagerato da un collega che, lavorando sul posto, deve vederne di cotte e di crude; anche lui, invece, conferma che il caso è serio e va approfondito. Quindi, in meno di un ora Patricia viene sottoposta a:

1. Seconda visita medica da parte di specialista, con base di ricovero, programmazione di splenectomia ed impostazione di accertamenti ematologici pre ospedalizzazione;

2. Prelievo di sangue per prima batteria di accertamenti;

3. Ecografia addominale;

4. Radiografia del torace;

A mezzogiorno e mezzo abbiamo finito.
A questo punto dovremmo lasciare per un po' la nostra paziente alle suore di mama Pudenziana che provvederanno ad accompagnarla all'ospedale per i vari esami pre-ricovero, garantirle e controllarle le eventuali terapie, seguirla nel corso del ricovero ed assisterla nelle prime settimane di convalescenza. Intanto il padre tornerà al paese, informerà le suore locali che, in contatto radio con mama Pudenziana, avvertiranno la madre della bambina quando sarà necessaria la sua presenza nei giorni di ricovero. Noi forniremo alle suore di Msowelo un bel mucchietto di soldi per aiutare Patricia durante la convalescenza in paese (dovrà recuperare forze ed energia, quindi dovrà mangiare molto e anche carne); nel contempo abbiamo garantito a mama Pudenziana che rimborseremmo i costi per medicine, futuri accertamenti, ricovero, intervento, ospitalità, eccetera... e qui finisce la storia, o meglio la prima puntata della vicenda di Patricia. Cosa le riserverà il futuro? Avrà una vita normale? Questa volta le buone intenzioni saranno coronate da successo? Mi piace pensare che nei prossimi anni troveremo le risposte a queste domande. Certo che, ripassando da mama Pudenziana prima di partire, abbiamo trovato la nostra piccola amica più cicciotta, più disinvolta, più allegra ed in trattamento medico pre operatorio col primo controllo programmato per il giorno della nostra partenza. Che sorprese ci riserverà il nostro prossimo incontro?

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